TROPARIO DEI SANTI
Le tre ondate di tormento e di morte amara, voi, sante martiri, avete scambiato per la vita eterna tre vergini, confessando davanti ai giacigli degli empi la Trinità increata. Perciò, dopo essere stati tagliati con la spada, seguite ora l'Agnello degli uccisi e pregate per coloro che onorano la vostra santa memoria.
(Celebrate il 10 settembre)

Le Sante Martiri Minodora, Mitrodora e Ninfodora nacquero in Bitinia e, essendo sorelle secondo la carne, divennero sorelle anche secondo lo spirito; con un solo animo scelsero di servire Dio più che il mondo e le vanità che sono nel mondo.
Queste tre vergini, Minodora, Mitrodora e Ninfodora, offrirono se stesse in dono alla Santa Trinità. Altri portano a Dio doni dalle loro ricchezze esteriori, come un tempo i tre re dall'Oriente portarono oro, incenso e mirra. Esse, invece, portarono doni dai tesori interiori; offrirono le loro anime come oro, ma non oro corruttibile riscattato, bensì sangue prezioso, come quello di un agnello immacolato. Portarono pensieri puri come incenso, dicendo con l’apostolo: "Siamo infatti dinanzi a Dio il buon profumo di Cristo" (2 Corinzi 2,15), mentre i loro corpi, intatti da mano d'uomo, consegnandoli ai colpi per Cristo, li offrirono in dono a Dio come mirra, ben sapendo che il Signore non ha bisogno delle nostre ricchezze temporali, ma di noi stessi, secondo la parola di Davide: "Il mio Signore sei Tu, dei miei beni non hai bisogno". Perciò esse stesse si offrirono a Dio, come dimostrano la loro santa vita e il loro coraggioso martirio.
Esse nacquero in Bitinia e, essendo sorelle secondo la carne, divennero sorelle anche secondo lo spirito; con un solo animo scelsero di servire Dio più che il mondo e le vanità che sono nel mondo. E, volendo insieme all'anima custodire anche il corpo immacolato, affinché attraverso la purezza potessero unirsi al casto sposo, Cristo loro Signore, ascoltarono la Sua voce che dice: "Uscite di mezzo a loro e separatevene, e non toccate nulla d’impuro e Io vi accoglierò" (2 Corinzi 6,17). Perciò uscirono dalla convivenza con gli uomini, desiderando e decidendo di dimorare nella verginità e, allontanandosi da tutto il mondo, si stabilirono in un luogo solitario, ben sapendo che non è facile custodire la purezza verginale in mezzo al mondo, che ha occhi pieni di malizia e di dissolutezza. Poiché come le acque delle sorgenti, entrando nel mare, perdono la loro dolcezza e, unendosi all'acqua marina, diventano salate, così anche la purezza, qualora dimorasse in mezzo al mondo come in mezzo al mare e lo amasse, non le sarebbe possibile non bere dalle acque salate dell'amor di piacere. La figlia di Giacobbe, Dina, finché non andò a Sichem, città delle genti, era una vergine pura, ma quando uscì per conoscere le figlie che abitavano lì e fece amicizia con loro, subito perse la sua verginità (Genesi 34, 2).
Il misero Sichem, cioè questo mondo, con le sue tre figlie: "la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita" (1 Giovanni 2, 16) non sa nient'altro se non recare danno a coloro che si attaccano ad esso. Come la fuliggine annerisce chi la tocca, così rende neri, impuri e contaminati coloro che la amano. Beato è colui che fugge dal mondo, per non annerirsi con le sue impurità; beate sono queste tre sante vergini che sono scampate al mondo e alle sue tre figlie che ho menzionato, poiché non si sono annerite con le loro turpitudini e sono diventate bianche e pure colombe che, attraverso l'opera e la divina contemplazione, volando con due ali per monti e deserti, hanno desiderato riposare nell'amore divino come in un nido, "perché agli asceti che sono fuori dal mondo vano" si genera un incessante desiderio divino.
La loro dimora era su un colle alto e deserto, che era vicino alle acque calde di Pizia a circa due stadi di distanza. Lì, stabilendosi, trascorrevano il tempo incessantemente nel digiuno e nelle preghiere. Trovarono un calmo rifugio e un buon riposo per la loro purezza verginale che, affinché non fosse vista dagli uomini, nascosero nel deserto, e affinché non fosse vista dagli angeli, elevarono sull'alto colle. Sulla sommità del monte salirono affinché, scuotendo dai loro piedi la polvere terrena, si avvicinassero al cielo. Proprio dal luogo stesso in cui trascorrevano la loro vita virtuosa si manifesta il rinnegamento di tutto e la solitudine, perché questo indica il deserto. Lo zelo che mette le ali al loro pensiero divino, le acque calde presso cui dimoravano, non significano forse il calore del loro cuore rivolto verso Dio? Poiché come Israele, fuggendo dalla schiavitù dell'Egitto, dimorava nel deserto, così queste sante vergini, uscendo dal mondo, amarono la vita eremitica. E come Mosè, salendo sul monte, vide Dio, così queste nel loro alto zelo elevarono gli occhi corporei verso Dio e con quelli del pensiero Lo guardavano luminosamente. E, come lì, percuotendo la roccia uscirono acque, così, in esse, dall'umile battersi il petto, sgorgavano rivoli di lacrime dagli occhi; e tanto più calde erano le sorgenti delle acque quanto più calde erano le lacrime dei loro occhi, perché quelle potevano lavare solo il fango corporeo, mentre queste purificavano anche le macchie dell'anima e le rendevano più bianche della neve.
Ma cos'altro avevano da purificare le lacrime in coloro che, purificandosi da ogni macchia della carne e dello spirito, vivevano come angeli sulla terra? Nel cuore di qualcuno, dal ricordo della moltitudine dei peccati, nascono la contrizione e le lacrime; in esse, come in vergini pure, dall'amore verso Dio scaturiva una fonte di lacrime, poiché dove arde il fuoco del divino amore, lì è impossibile che non vi siano acque di lacrime. Poiché tale è la potenza di quel fuoco che, quando si accende, arde come in una fornace nel cuore di qualcuno; quanto è grande la fiamma, tanto anche la rugiada si moltiplica; poiché quanto amore c'è in un luogo, tanta è anche la contrizione. Dall'amore nascono le lacrime e di Cristo, quando piangeva per il Suo amico Lazzaro, fu detto: "Vedi come lo amava!". Piangevano le sante vergini nelle preghiere e nelle loro divine meditazioni perché amavano il Signore, della Cui visione desiderando saziarsi, con lacrime attendevano il Suo tempo, per vedere l'amato sposo celeste. Ognuna di loro diceva con Davide: "Quando verrò e mi presenterò al volto di Dio? Le mie lacrime sono diventate mio pane giorno e notte"; come se dicesse: "Per questo giorno e notte piangiamo, perché non giunge presto quel tempo in cui potremo venire e presentarci al volto del dolcissimo e desiderato nostro Gesù Cristo, della Cui visione desideriamo saziarci, così come il cervo brama le fonti delle acque".
Con una vita eletta come questa, ricevettero grazia da Dio quando le sante vergini si allontanarono dal mondo; poiché come non può restare nascosta una città posta sopra un monte, così le guarigioni dei malati che esse compivano miracolosamente, come trombe dal gran suono, furono annunciate in tutta quella regione.
In quel tempo regnava il pagano Massimiano, e in quella parte governava il prefetto Frontone, il quale, udendo di queste sante vergini, ordinò di catturarle e di portarle davanti a sé. Le agnelle di Cristo, che le fiere del deserto non avevano danneggiato, gli uomini con sembianze di fiera e malvagi costumi le catturarono e le portarono davanti al persecutore. Comparvero al giudizio dei pagani le tre vergini, come tre angeli davanti a Dio glorificato nella Trinità. Non erano degni gli occhi degli uomini peccatori di guardare i loro volti pieni di santa dignità, che risplendevano di bellezza angelica e della grazia dello Spirito Santo. Si meravigliava il persecutore della loro bellezza custodita nel deserto, una bellezza quale mai aveva visto nemmeno nelle case imperiali. Perché sebbene i loro corpi fossero estenuati dalle molte fatiche e dai digiuni, i loro volti non avevano perso affatto la bellezza verginale, anzi l'avevano accresciuta perché dove il cuore era pieno di gioia e letizia spirituale, lì non poteva appassire il fiore della bellezza del volto, come sta scritto: "Il cuore lieto rende fiorente il volto". L'astinenza ha talvolta un dono di questo tipo che, invece della tristezza, adorna di bellezza i volti umani, come per Daniele e con lui per i tre giovani; questi, vivendo nel digiuno e nell'astinenza corporea, superavano in bellezza tutti i giovani reali di Babilonia.
La stessa bellezza potevi vedere in quelle sante vergini, tanto che la mente umana restava stupita vedendo i fiori del deserto e le divine vergini che superavano con la loro bellezza e il loro decoro tutte le bellezze delle figlie degli uomini.
Dunque, il governatore chiese loro prima di tutto il nome e la patria. Ed esse gli dissero che secondo il nome di Cristo si chiamavano cristiane, mentre i nomi presi al battesimo erano: Minodora, Mitrodora e Ninfodora, nate in quella terra di Bitinia dallo stesso padre e dalla stessa madre. Poi il governatore rivolse loro la parola con lusinghe, attirandole verso la sua empietà e dicendo loro: "O belle vergini! I nostri grandi dei vi hanno amate e vi hanno onorate con tale bellezza, e sono pronti a onorarvi anche con grandi ricchezze, purché voi rendiate loro onore e con noi offriate loro sacrificio e adorazione. Ed io vi loderò davanti all'imperatore e quando l'imperatore vi vedrà vi amerà, e vi onorerà con molti doni e vi darà in spose ai suoi più grandi dignitari e sarete onorate, glorificate e ricche più delle altre donne".
Allora Minodora, la sorella maggiore, aprì la sua bocca silenziosa, dicendo: "Dio ci ha creato e con la Sua immagine ci ha abbellito, a Lui ci inchiniamo, e di altro dio fuori di Lui non vogliamo neppure sentire parlare. Dei vostri doni e di tale onore abbiamo bisogno quanto si ha bisogno dello sterco che si calpesta con i piedi. E ci prometti persino mariti di nobile stirpe dal tuo imperatore? Ma chi può essere migliore del nostro Signore Gesù Cristo, del Quale per fede siamo diventate spose, alla Cui purezza ci siamo unite, con l'anima ci siamo legate, con l'amore ci siamo congiunte ed Egli è per noi onore, gloria e ricchezza; da Lui non solo tu e il tuo imperatore, ma neppure tutto questo mondo può separarci". E Mitrodora disse: "Quale vantaggio ha l'uomo se guadagna il mondo intero e perde la sua anima?". Poiché cos'è per noi questo mondo contro l'amato Sposo e il nostro Signore? Fango contro l'oro, oscurità contro il sole, fiele contro il miele. Dunque, per il mondo vano dovremmo decadere dall'amore del Signore e perdere le nostre anime?
Il persecutore disse: "Molte cose dite perché non conoscete i tormenti, né cosa sia ricevere percosse, che quando conoscerete, direte diversamente". Allora rispose con zelo Ninfodora: "Forse con tormenti e percosse atroci vuoi spaventarci? Raduna qui da tutto il mondo gli strumenti di tortura, le spade, le graticole, gli artigli di ferro. Chiama tutti i carnefici di tutto il mondo. Raccogli ogni genere di tormento e rivolgi tutto contro il nostro debole corpo e vedrai che prima tutti quegli strumenti si spezzeranno, le mani di tutti i persecutori si stancheranno e tutti i tuoi generi di tormento svaniranno prima che noi rinneghiamo il nostro Cristo, per il Quale i tormenti amari saranno per noi miele dolce, e la morte temporale ci sarà vita eterna".
Il governatore disse loro: "Vi consiglio come un padre; ascoltatemi, figlie, e sacrificate ai nostri dei. Siete sorelle di un solo grembo, dunque non vogliate vedere l'una l'altra piena di disonore e di vergogna, soffrendo atroci tormenti, né desiderate vedere appassire il fiore della vostra bellezza. Non vi dico forse bene, non vi sono forse utili le mie parole? Io vi do un vero consiglio paterno, non volendo vedervi nude, battute, tagliate e fatte a pezzi. Dunque, sottomettetevi al mio comando, affinché non solo da me, ma anche dall'imperatore riceviate doni e, prendendo ogni bene, passiate i vostri giorni nella felicità, ascoltandomi ora. Altrimenti, subito pericoli amari e dolori gravi vi colpiranno e perirà la bellezza del vostro volto".
A queste parole rispose Minodora: "A noi, o giudice, né le tue lusinghe sono gradite, né le minacce spaventose! Perché sappiamo che goderci ricchezze, gloria e tutte le dolcezze temporali significa prepararci l'eterna amarezza nell'inferno. Mentre soffrire per Cristo i tormenti temporali significa procurarci l'eterna gioia nei cieli. E quella felicità che ci prometti è instabile e i tormenti con cui ci minacci sono temporali. Invece quelli del nostro Sovrano, sia i tormenti che ha preparato per coloro che Lo odiano sono eterni, sia la moltitudine dei beni che ha riservato a coloro che Lo amano è infinita. Perciò non vogliamo i vostri beni, né temiamo i tormenti perché sono passeggeri, ma temiamo i tormenti dell'inferno e guardiamo ai beni celesti, perché sono eterni; ma soprattutto amiamo Cristo, il nostro Sposo, per il Quale desideriamo persino morire; anzi morire con un solo animo insieme, per mostrare che siamo sorelle nello spirito, più che nel corpo. E, come un solo grembo ci ha generato nel mondo, così la morte martirica per Cristo ci tragga insieme fuori da questo mondo e una dimora del Salvatore ci accolga e così non ci separeremo in eterno".
Dopo ciò, alzando gli occhi al cielo sospirò e disse: "O Gesù Cristo, Dio nostro, non Ti rinnegheremo davanti agli uomini, né Tu rinnegarci davanti al Padre Tuo che è nei cieli". E disse ancora al persecutore: "Tormenta dunque, o giudice, questo nostro corpo che si vede, feriscilo con le percosse, poiché nessun ornamento può essere migliore per il nostro corpo, né l'oro, né le perle, né le vesti preziose, quanto lo sono i colpi per il nostro Cristo, che da tempo desideriamo soffrire".
Il prefetto disse a lei: "Tu sei maggiore sia per anni che per senno, e avresti dovuto insegnare anche alle altre a sottomettersi al comando dell'imperatore; invece tu non ascolti, ribellandoti insieme a loro. Dunque, ascoltami, ti prego, adempi il comando e adora gli dei, così che le tue sorelle, guardando a te, facciano lo stesso".
La Santa gli rispose: "Invano ti affatichi cercando di separarci da Cristo e di volgerci all'adorazione degli idoli che voi chiamate dei. Né io farò questo, né le mie sorelle con le quali sono, come anche loro con me, un solo spirito, un solo pensiero e un solo cuore nell'amare Cristo. Dunque ti consiglio di non affaticarti più con le parole, ma non cessare con una sola cosa: colpisci, taglia, brucia, spezza le membra, allora vedrai se ci sottometteremo al tuo empio comando. Di Cristo siamo e siamo pronte a morire per Lui!".
Udendo ciò, Frontone si riempì di ira e riversò tutta la sua furia su Minodora. E subito ordinò che, allontanando le due sorelle minori, Minodora, la loro sorella, fosse spogliata e percossa da quattro sgherri. E percossero la santa mentre il banditore gridava: "Onora gli dei e loda l'imperatore e non disprezzare le sue leggi!". E la percossero per due ore. E quando il tormentatore le disse: "Sacrifica agli idoli!", lei gli rispose: "Non faccio altro se non offrire sacrificio. Non vedi forse che tutta me stessa ho offerto in sacrificio al mio Dio?". Il persecutore ordinò ai servi di colpirla più forte. Dunque la percossero su tutto il corpo senza pietà, frantumandole le giunture, rompendole le ossa e dilaniandole il corpo. Ma lei, vinta dal fervido amore per il suo Sposo Immortale e dal desiderio, resisteva con forza come se non sentisse i dolori. Poi, dal profondo del cuore gridò: "Signore Gesù Cristo, mia letizia e amore del mio cuore, in Te ripongo la mia speranza e prego, accogli in pace la mia anima". E detto questo rese lo spirito e andò dal suo amato Sposo, adorna delle piaghe come di gioielli preziosi.
Quattro giorni dopo il persecutore, ponendo Mitrodora e Ninfodora davanti a sé in giudizio, fece portare accanto ai loro piedi il corpo morto della loro sorella maggiore. E giaceva quel corpo venerabile della santa Minodora nudo, non coperto da nulla, e non c'era su di esso alcun punto non ferito, tutte le membra frantumate dai piedi alla testa, nulla era integro, ed era uno spettacolo pietoso per tutti. Questo fece il persecutore, come a dire: "Vedete vostra sorella? La stessa sorte avrete anche voi!". E sperava che quelle due sorelle, vedendo il corpo della loro sorella tormentato così crudelmente, avrebbero avuto paura e si sarebbero sottomesse alla sua volontà. E tutti i presenti, guardando quel corpo morto e martoriato, erano vinti da naturale dolore e, commossi, piangevano; solo il persecutore si induriva sempre più come una pietra. Ma le sante vergini Mitrodora e Ninfodora, sebbene l'amore verso la sorella le spingesse alle lacrime, venivano trattenute dal grande amore di Cristo e dalla ferma speranza che la loro sorella ora gioisse nella dimora del suo Sposo, e che le attendesse presso di sé affinché, adornandosi delle stesse piaghe, si affrettassero a venire e a presentarsi al volto del Signore tanto desiderato. Questo fermava le lacrime delle sante vergini che, guardando il santo corpo che giaceva davanti a loro, dicevano: "Beata sei tu, sorella e madre nostra, perché ti sei degnata di essere incoronata con la corona martirica e di entrare nella dimora del tuo Sposo! Dunque prega il Signore infinitamente buono, che ora vedi, affinché senza indugio comandi anche a noi di venire a Lui attraverso la tua via e di adorare la Sua maestà, di godere del Suo amore e di rallegrarci con Lui in eterno. O persecutori, perché indugiate tanto a non ucciderci? Perché ci private della parte dell'amata sorella? Perché non ci date presto questo calice della morte, di cui abbiamo sete come di una dolcissima bevanda? Ecco, pronte sono le nostre membra alla frantumazione, pronti i fianchi al fuoco, il corpo allo strazio, le teste al taglio e pronto il cuore alla virile pazienza. Dunque, iniziate il vostro lavoro e non sperate nulla da noi, poiché non piegheremo le ginocchia agli idoli dal nome menzognero. Ci vedete bramare la morte con zelo, e cosa volete di più? Desideriamo morire con nostra sorella per Cristo Signore, nostro amatissimo Sposo!". Il giudice, sebbene vedesse i loro animi impavidi e il loro desiderio immutato per Cristo, le tentava ancora con lusinghe affinché cedessero al suo pensiero, e diceva loro parole ingannevoli.
Esse gli risposero: "Quanto ancora insisterai, sciagurato, a dire cose contrarie alla nostra ferma decisione? Se credi che siamo rami di una stessa radice e sorelle di un solo grembo, allora sappi con certezza che abbiamo anche un solo pensiero, che devi comprendere dalla nostra sorella da te uccisa: poiché se il suo aspetto non mostrava che avrebbe potuto patire con forza e nonostante ciò ha mostrato tanta potenza nella pazienza, allora cosa credi che faremo noi, guardando nostra sorella che si è data come esempio a noi? Non vedi come lei, pur giacendo e avendo la bocca chiusa, ci istruisce e ci consiglia verso la lotta martirica? Dunque non ci separeremo da lei, né spezzeremo i legami della nostra parentela, ma moriremo come lei è morta per Cristo. Rinunciamo alle tue ricchezze promesse, rinunciamo alla gloria e a ogni cosa che dalla terra viene e alla terra ritorna. Rinunciamo agli sposi corruttibili, avendo Colui che è incorruttibile, che amiamo e al Quale in luogo della nostra dote portiamo la morte per Lui, affinché ci renda degne della Sua dimora immortale, eterna e santa".
Allora il persecutore, disperando della sua attesa, si adirò molto e ordinò di allontanare Ninfodora e, sospendendo Mitrodora, di bruciarle il corpo con le torce. E le bruciarono tutto il corpo per due ore. Sopportando un tale tormento, ella alzò i suoi occhi verso l'amato Sposo, per il Quale soffriva, chiedendo aiuto a Lui. E tolta dal legno, arsa come un carbone, il persecutore ordinò di batterla con bastoni di ferro duro, frantumandole tutte le membra; e in quei tormenti Santa Mitrodora, gridando verso il Signore, consegnò nelle Sue mani la sua santa anima.
Morta lei, fu portata la terza agnella di Cristo, Santa Ninfodora, affinché vedesse i corpi morti delle sue due sorelle e, spaventata dalla loro atroce uccisione, rinnegasse Cristo. E il persecutore iniziò a dirle con inganno: "O bella vergine, del cui decoro io mi meraviglio più che di quello delle altre, e della cui giovinezza ho pietà! Gli dei mi sono testimoni che non ti amo meno di mia figlia, soltanto avvicinati e adora gli dei e subito avrai dall'imperatore un grande dono, poiché ti darà ricchezze e onore. E quel che è più, avrai molto favore presso di lui. Altrimenti, guai a me, perirai malamente come le tue sorelle, i cui corpi vedi qui". Ma la santa non prestava attenzione alle sue parole, anzi gli parlava contro, insultava gli idoli e gli adoratori di idoli, dicendo come Davide: "Gli idoli dei pagani sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Sia simile a loro chi li fabbrica e tutti quelli che in essi confidano". Vedendo l'empio che non otteneva nulla con le parole, ordinò che, spogliandola, la sospendessero e con artigli di ferro le scorticassero il corpo. Ed ella in quei tormenti non gridò né sospirò, ma solo alzando gli occhi al cielo muoveva le labbra, segno della sua preghiera a Dio.
E quando il banditore gridò: "Sacrifica agli idoli e sarai liberata dai tormenti", la santa rispose: "Io ho sacrificato me stessa al mio Dio per il Quale anche il patire mi è dolcezza e il morire un guadagno".
Alla fine il persecutore ordinò di batterla con bastoni di ferro fino alla morte e la santa fu uccisa per la confessione di Gesù Cristo. Così questa trinità di vergini ha glorificato la Santa Trinità con la morte martirica. E al persecutore non bastò tormentarle da vive, ma anche da morte sfogò su di loro il suo odio implacabile. Poiché ordinò di accendere un grande fuoco e di gettarvi i corpi delle sante martiri per bruciarli. Mentre ciò accadeva, improvvisamente un altro fuoco con un grande tuono cadde dal cielo e subito incenerì Frontone e tutti i suoi ministri, quelli che avevano tormentato le sante martiri. E sopra il fuoco acceso si riversò una grande pioggia che lo spense.
Allora i fedeli, prendendo i corpi delle sante illesi dal fuoco, li seppellirono con onore vicino alle acque calde in un solo sepolcro. Quelle che un solo grembo aveva generato, quelle stesse anche un solo sepolcro accolse, affinché quelle che furono inseparabili nella loro vita fossero inseparabili anche dopo la morte. Sorelle furono sulla terra, sorelle sono nei cieli in una dimora del loro Sposo, sorelle anche nel sepolcro, sopra il quale fu costruita una chiesa nel loro nome. E sgorgano da essa fiumi di guarigioni, a gloria dell'unico Dio nella Trinità e in memoria di queste tre sante vergini, per le cui preghiere possiamo essere resi degni di vedere la Santa Trinità, nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, in un solo Dio, al Quale spetta la gloria nei secoli. Amen.
TROPARIO DEL SANTO
Guida alla fede e modello di mansuetudine, maestro di autocontrollo, hai mostrato al tuo gregge la verità delle cose. Per questo hai ottenuto grandi cose con l'umiltà e ricchezze con la povertà ; Padre Gerarca Nicola, prega Cristo Dio per la salvezza delle nostre anime.
(Celebrato il 6 dicembre )

San Nicola era mite, senza malizia e umile di spirito, rifuggendo il vanto. Ai poveri era padre; ai bisognosi, misericordioso; consolatore di coloro che piangevano, aiuto agli oppressi e per tutti grande benefattore. Sul grande facitore di miracoli, il pronto aiuto e il mediatore eccelso presso Dio, l’archiereu di Cristo, Nicola, germogliarono dalle terre della Licia, nella città chiamata Patara, da genitori onesti e di nobile stirpe, ortodossi e ricchi. Suo padre si chiamava Teofane e sua madre Nona. Questa benedetta coppia, trascorrendo con retta fede l'unione legittima e adornandosi di buoni costumi, per la loro vita gradita a Dio e per le molte elemosine e grandi opere di bene, si rese degna di generare questo santo rampollo – essendo essi stessi radice santa – e avvenne come dice il salmista: «Come un albero piantato lungo i corsi d'acqua, che ha dato il suo frutto a suo tempo».
Dunque, dando alla luce questo divino fanciullo, lo chiamarono Nicola, che si interpreta "vincitore di popolo"; e veramente si mostrò vincitore della malvagità, così disponendo Dio per il comune profitto del mondo. Dopo quella nascita, sua madre Nona rimase sterile fino allo scioglimento dai legami carnali, confessando la natura stessa che non fosse possibile nascesse un altro figlio come quello, affinché avessero solo lui sia per primo che per ultimo, il quale fin dal grembo di sua madre fu santificato dal dono divinamente ispirato. Poiché non iniziò a vivere se non onorando Dio con pia devozione, né iniziò a succhiare al seno senza fare miracoli fin dall'infanzia, né imparò prima a mangiare, ma a digiunare.
Poiché dopo la sua nascita, essendo nel bagno, stette per tre ore sui suoi piedi, da solo, senza che nessuno lo sostenesse, rendendo con questa posizione onore alla Santa Trinità, della quale più tardi sarebbe stato grande servitore e gerarca. Quando si accostava al petto di sua madre, si riconosceva essere facitore di miracoli, nutrendosi non secondo il costume degli altri neonati – perché succhiava latte solo dal seno destro – dovendo ottenere con gli ortodossi il posto alla destra.
Poi iniziò a essere anche un digiunatore eletto, poiché il mercoledì e il venerdì succhiava latte dal seno una sola volta, e allora la sera, dopo il compimento della consueta preghiera cristiana; cosa della quale i suoi genitori molto si meravigliavano e stupivano, comprendendo quale tipo di digiunatore sarebbe stato Nicola in seguito. Quel costume di digiunare, avendolo appreso il Beato dalle fasce, lo custodì in tutta la sua vita, fino alla sua beata fine, trascorrendo il mercoledì e il venerdì nel digiuno. Dunque, crescendo il fanciullo con gli anni, cresceva insieme anche con l'intelletto e con i buoni costumi che imparava dai suoi buoni genitori; essendo come un campo fruttuoso, che riceve in sé il seme del buon insegnamento, che germoglia e porta ogni giorno nuovi frutti di buone opere.
Giunto il tempo della scuola, fu dato all'insegnamento della Divina Scrittura ed egli, con la naturale agilità della mente e con la guida dello Spirito Santo, in poco tempo giunse a molta sapienza. Poi, tanto progredì nell'insegnamento dei libri quanto era necessario al buon timoniere della nave di Cristo e al pastore esperto delle pecore dotate di parola. Dunque, diventando perfetto nella parola dell'insegnamento, si mostrò perfetto anche nell'opera della vita; dalle amicizie vane e dai discorsi inutili del tutto si asteneva e molto si guardava dal parlare con le donne o dal guardare con gli occhi il volto femminile, poiché, fuggendo, si allontanava dal frequentare le donne.
Avendo vera sapienza e mente pura, vedeva sempre Dio e sempre indugiava nelle sante chiese, come dice il profeta: «Ho desiderato essere rigettato nella casa del mio Dio». Molte volte, per un intero giorno e per una notte, trascorrendo nelle preghiere contemplative di Dio e nella lettura dei libri divini, imparava la comprensione spirituale e si arricchiva dei divini doni dello Spirito Santo, con i quali preparava sé stesso come degna dimora, come è scritto: «Voi siete la chiesa di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi».
Dunque il giovane virtuoso e puro, avendo in sé lo Spirito di Dio, si mostrava del tutto spirituale, ardendo nello spirito e servendo il Signore con timore, tanto che non si vedeva in lui alcun tipo di vizio giovanile, ma solo i costumi dell'uomo anziano, per i quali a tutti divenne meraviglioso e glorioso. Poiché come l'uomo anziano, se ha il costume dei giovani, è preso in giro da tutti, così anche il giovane, se ha il modo di fare dell'uomo anziano, è onorato da tutti con meraviglia; perché sono inadatte le giovinezze per la vecchiaia, ma onorate e belle sono le vecchiaie nella giovinezza.
Il beato Nicola aveva uno zio vescovo con lo stesso nome. Suo zio, vedendo il nipote progredire nella vita con buone opere e del tutto estraniarsi dal mondo, consigliò ai suoi genitori di darlo a servire Dio. Ed essi non rifiutarono di donare il loro figlio al Signore, che essi avevano ricevuto come un dono da Lui. Perché è scritto nei libri antichi riguardo a loro che, essendo sterili e disperando di avere più figli, con molte preghiere, con lacrime e con molte elemosine chiesero a Dio questo figlio; ed essi lo diedero in dono a Colui che lo aveva donato.
Ricevendo il vescovo il giovane-vecchio, che aveva la saggezza come canizie e la vita più pura, lo elevò ai sacri gradi del sacerdozio; e quando fu ordinato, il vescovo, volgendosi al popolo che era in chiesa e riempiendosi di Spirito Santo, profetizzò dicendo: «Ecco, fratelli, vedo un nuovo sole sorgere ai confini della terra, mostrandosi agli afflitti come una misericordiosa consolazione. Oh! Beato è il gregge che si degnerà di avere questo pastore! Perché questo pascerà bene le anime degli erranti e al pascolo della retta fede li condurrà; poi si mostrerà anche aiuto ardente per coloro che sono nei bisogni». Questa profezia si compì in seguito, come mostreremo nella narrazione che faremo.
Dunque, ricevendo San Nicola su di sé il grado del sacerdozio, aggiungeva fatica a fatica, trascorrendo nel digiuno e in incessanti preghiere, e con il suo corpo mortale affrettandosi a seguire gli incorporei. Così, vivendo proprio come gli angeli, di giorno in giorno fioriva di più con la sua bellezza spirituale e si mostrava degno del governo della Chiesa.
In quel tempo suo zio, il vescovo Nicola, volendo recarsi in Palestina per adorare lì i santi luoghi, affidò tutto il governo della chiesa a suo nipote. Dunque questi, occupando il suo posto, ebbe tutta la cura per l'ordinamento delle chiese, come il vescovo suo zio. In quel tempo, i genitori del beato, lasciando questa vita temporale, si trasferirono a quella eterna, e San Nicola, rimanendo erede dei loro beni, li distribuì ai poveri. Perché non guardava alla ricchezza che scorre via, né si curava per il suo aumento; ma, rinunciando a tutti i desideri mondani, si affrettava con tutto lo zelo a unirsi a Dio, al quale diceva: «A Te, Signore, ho innalzato l'anima mia; insegnami a fare la Tua volontà, che Tu sei il mio Dio; a Te sono affidato dal grembo di mia madre, il mio Dio sei Tu». Dunque la sua mano era tesa verso i poveri, come un fiume con molta acqua che scorre con abbondanza.
Affinché le sue molte elemosine siano più facilmente conosciute, mostriamone una in particolare: c'era un uomo in quella città, tra i gloriosi e ricchi, che in seguito rimase povero e senza gloria, perché la vita di questo secolo è instabile. Quell'uomo aveva tre figlie molto belle e ora, essendo privo di tutto il necessario, non aveva né cibo né vesti e pensava di dare le sue figlie alla prostituzione, e di rendere la sua casa una casa impura per la sua grande povertà, affinché così avesse qualcosa di utile e guadagnasse per sé e per le sue figlie vesti e cibo. Ahimè, in che tipo di pensieri empi spinge l'uomo la grande povertà! Dunque quel vecchio, essendo in tali cattivi pensieri e volendo ora mettere il suo cattivo pensiero miseramente in pratica, Dio – che non vuole vedere nella rovina la natura umana ma, con amore per gli uomini, si china verso i nostri bisogni – mise bontà nel cuore del Suo eletto, San Nicola, e lo mandò in aiuto all'uomo che stava per perire con l'anima, attraverso un'ispirazione segreta, consolando colui che era nella povertà e liberandolo dalla caduta nel peccato.
Dunque, udendo San Nicola della grande indigenza di quell'uomo e venendo informato per divina rivelazione del suo cattivo pensiero, gli dispiacque molto per lui e pensò così, con la sua mano benefattrice, di rapirlo insieme alle sue figlie – come dal fuoco – dalla povertà e dal peccato. Tuttavia non volle presentarsi a quell'uomo per parlargli della sua opera di bene, ma in segreto pensò di dargli la sua elemosina con misericordia. E ciò voleva farlo per due motivi: primo, per sfuggire alla gloria umana, perché teneva conto di ciò che diceva il Vangelo: «Fate attenzione a non fare la vostra elemosina davanti agli uomini»; e, secondo, affinché anche quell'uomo, che un tempo era ricco e ora era giunto in grande povertà, non provasse vergogna, poiché sapeva che tali cose sono pesanti per coloro che dalla ricchezza e dalla gloria cadono nella povertà, dato che le loro anime si vergognano ricordando la ricchezza precedente. Per questo pensò di fare così, secondo la parola di Cristo: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra». Poiché fuggiva così tanto la gloria umana che perfino da colui al quale faceva del bene cercava di nascondere sé stesso.
Pertanto, prendendo un grande sacchetto di monete d'oro, andò a mezzanotte alla casa di quell'uomo e, gettandolo dentro dalla finestra di quella casa, in fretta tornò a casa sua. Al mattino, alzandosi l'uomo e trovando il sacchetto, lo slegò e, vedendo le monete d'oro, rimase sbigottito, poiché riteneva che fosse qualche visione, temendo che per caso l'oro che vedeva non fosse qualche inganno, dato che non aspettava da nessuno e da nessuna parte alcun benefattore. Perciò, rigirando le monete con la punta del dito, guardava con attenzione e, riconoscendo che era vero, si rallegrava e si meravigliava, e per la gioia piangeva con lacrime calde; pensando molto tra sé chi gli avesse fatto una tale opera di bene, non sapeva darsi pace. Dunque, ritenendo che fosse la Provvidenza di Dio, Lo ringraziava incessantemente, dando lode al Signore che si prende cura di tutti. Poi subito una delle sue figlie, la maggiore, la fece sposare con un uomo e le diede l'oro ricevuto in abbondanza per la sua dote.
Venendo a conoscenza di ciò il meraviglioso Nicola, che quell'uomo aveva fatto secondo la sua volontà, ne fu felice. E di nuovo si mostrava pronto a fare la stessa misericordia per la seconda figlia del vecchio, affrettandosi a custodire anche questa vergine attraverso il matrimonio legittimo dal peccato illegale. Dunque, preparò anche un altro sacchetto di monete d'oro, simile all'altro e, durante la notte, sfuggendo a tutti, lo gettò dalla stessa finestra nella casa di quel vecchio.
Al mattino, alzandosi quell'uomo povero, trovò di nuovo l'oro, proprio come la prima volta. Poi iniziò a meravigliarsi anche di quello e, cadendo con la faccia a terra, con lacrime calde ringraziava, dicendo: «Dio, fautore della misericordia e amministratore della nostra salvezza, che prima mi hai riscattato con il Tuo Sangue e ora la mia casa e le mie figlie liberandoci attraverso l'oro dal laccio del maligno, Tu stesso mostrami colui che serve la Tua volontà misericordiosa e la Tua bontà amante degli uomini. Mostrami il Tuo angelo terrestre, colui che ci custodisce dalla rovina del peccato, affinché io sappia chi sia colui che ci tira fuori dalla povertà che ci rattrista e che ci libera dai cattivi pensieri; poiché ecco, secondo la Tua misericordia, Signore, con la compassione fatta in segreto per mano del Tuo eletto, darò anche la mia seconda figlia con matrimonio legittimo a un uomo e così sfuggirò ai lacci del diavolo, che vuole attraverso un guadagno impuro portarmi grande rovina».
Poi quell'uomo, pregando il Signore e ringraziando la Sua bontà, fece il matrimonio anche alla sua seconda figlia, avendo speranza in Dio – poiché una speranza certa aveva posto in Lui – che si sarebbe preso cura anche della sua terza figlia e avrebbe dato anche a questa un amato compagno di vita, secondo la legge, mandandogli di nuovo oro in abbondanza, sempre con quella mano benefattrice. Perciò, non dormiva la notte vegliando, per poter percepire il benefattore e degnarsi di vedere da dove gli portasse quell'oro. Ed ecco, non dopo molto tempo, arrivò l'atteso. Poiché venne per la terza volta il prediletto di Cristo, Nicola, e arrivando al luogo consueto, proprio così gettò un sacchetto di monete d'oro dalla stessa finestra e subito tornò a casa sua.
Il padre delle vergini, trovando l'oro gettato dalla finestra, corse subito quanto poteva dietro a colui che tornava a casa sua, il quale, raggiungendolo e riconoscendo chi fosse – poiché il santo non era sconosciuto per la sua opera buona e per la sua stirpe luminosa – cadde ai suoi piedi, baciandoli e chiamandolo liberatore, aiuto e salvatore delle anime che erano giunte alla rovina estrema. Poi disse: «Se non mi avesse sollevato il Signore grande in misericordia, attraverso le tue compassioni, da tempo sarei perito io, misero padre, insieme alle mie figlie, attraverso la caduta nel fuoco di Sodoma, ahimè! Ed ecco, ora attraverso te siamo salvati dall'amara caduta nel peccato». Queste e altre cose diceva con lacrime verso il santo. Ed egli a stento lo sollevò in piedi e con giuramento disse a lui di non dire a nessuno, in tutta la sua vita, ciò che era stato fatto. Poi il santo, dicendo molte cose per il bene di quell'uomo, lo mandò a casa sua.
Ecco una delle molte opere di misericordia di San Nicola, che è stata qui raccontata affinché chiunque sappia quanto fosse misericordioso verso i poveri. Se si raccontassero le sue misericordie una ad una e quante compassioni abbia mostrato verso i poveri, quanti affamati abbia nutrito, quanti nudi abbia vestito e quanti abbia riscattato dai debitori, allora nemmeno il tempo basterebbe a raccontarle.
Dopo ciò, il venerabile padre Nicola volle recarsi in Palestina, per vedere i Luoghi Santi e adorare lì, dove camminò carnalmente il nostro Signore Gesù Cristo con i Suoi purissimi piedi. Dunque, navigando i marinai intorno all'Egitto e non sapendo cosa stesse per accadere loro, San Nicola, che era insieme a loro, vide meglio che ci sarebbe stato buio, tempesta e l'urto di venti terribili. Poi disse loro che in precedenza aveva visto il malvagio nemico entrare nella nave, volendo affondarla insieme agli uomini. Dopo di che si scatenò su di loro una grande tempesta, improvvisamente, e levandosi una nuvola si fece burrasca sul mare. E coloro che navigavano ebbero molta paura del terrore della morte e pregavano San Nicola di aiutarli e di liberarli dal bisogno improvviso che era caduto su di loro dicendo: «Santo di Dio, se non ci aiuterai con le tue preghiere a Dio, subito sprofonderemo in questo abisso e periremo». Ed egli, dicendo loro di farsi coraggio e di porre la speranza in Dio e aspettare senza dubbio una pronta liberazione, egli stesso iniziò con zelo a pregare il Signore. E subito il mare si calmò e tutto il terrore si trasformò in gioia, ed essi, passata l'angoscia, si rallegrarono molto e ringraziarono Dio e il Suo eletto, San Nicola, e molto si meravigliavano della profezia della tempesta e della salvezza dal bisogno.
Proprio allora, uno dei marinai salì in cima all'albero maestro, come è costume di coloro che dirigono la nave e, quando stava per scendere da lì, scivolò dall'alto e cadde nel mezzo della nave, giacendo senza vita. E San Nicola, prima ancora di essere chiamato in aiuto, risuscitò con la preghiera quell'uomo e, non come un morto ma come colui preso dal sonno, lo fece alzare e lo diede vivo ai marinai. Poi, alzando tutte le vele ed essendo il vento favorevole, navigarono in pace e arrivarono al porto di Alessandria, dove il prediletto di Dio, San Nicola, guarì molti malati. Scacciando i diavoli dagli uomini e consolando molti afflitti, si mise di nuovo in cammino verso la Palestina e, arrivando alla Santa Città di Gerusalemme, salì al Golgota, dove Cristo Dio operò la salvezza del genere umano stendendo sulla Croce le Sue purissimi mani. Lì elevò calde preghiere dal suo cuore, che ardeva d'amore, rendendo grazie al nostro Salvatore. Poi, circondò tutti i luoghi santi, facendo molte adorazioni ovunque. E quando stava per entrare di notte nella santa chiesa per la preghiera e le porte erano chiuse, si aprirono da sole, dando ingresso a colui al quale persino le porte celesti erano aperte.
Indugiando a Gerusalemme per lungo tempo, si preparava ad andare nel deserto, ma attraverso una voce divina dall'alto fu consigliato di tornare nella sua patria. Perché Dio, Colui che tutto dispone per il bene delle nostre anime, non vuole che sia nascosta sotto il moggio del deserto quella fiaccola che aveva preparato per essere posta nel candelabro della metropolia in Licia. Dunque, trovando una nave, si accordò con i marinai affinché lo portassero nella sua patria.
Questi pensarono però di agire con inganno, cioè di dirigere la loro nave in un'altra parte, non verso la Licia. Dopo essersi sistemato nella nave, partendo dalla riva, San Nicola vide che la nave non navigava verso la sua patria. Allora subito cadde ai piedi dei marinai e li pregò di dirigere la via verso la Licia, ma essi, non dandogli ascolto, andavano nella parte dove pensavano loro, non sapendo che Dio non avrebbe lasciato il Suo eletto nel dolore. Dunque, soffiando una tempesta contraria, volse la nave in un'altra parte e in fretta la portò in Licia, mentre i marinai erano minacciati dal bisogno più grande. Così San Nicola, con la potenza di Dio essendo portato sul mare, arrivò nella sua patria. Egli però, essendo senza malizia, non fece alcun male a quei nemici, né si mosse a ira e nemmeno una parola aspra disse loro, ma con benedizione li lasciò liberi nelle loro terre.
Ed egli andò nel monastero che aveva costruito suo zio, il vescovo di Patara, e l'aveva chiamato Santo Sion. Lì San Nicola si mostrò molto amato da tutti i fratelli, i quali, ricevendolo con grande amore come l'angelo di Dio, si addolcivano delle sue parole divinamente ispirate e traevano profitto dalla sua vita, proprio simile a quella degli angeli, e seguivano i suoi buoni costumi, con i quali Dio aveva adornato il Suo fedele servo. Trovando San Nicola in questo monastero una vita tranquilla e un luogo più agevole per i suoi pensieri verso Dio, come un porto di pace, sperava che anche il resto del tempo della sua vita lo avrebbe trascorso lì. Ma Dio gli mostrava la via, volendo che quel tesoro ricco di tutte le buone opere, con il quale doveva arricchirsi tutto il mondo, non fosse nascosto come in un campo coperto dalla terra in un monastero isolato e in una piccola camera chiusa; ma fosse alla vista di tutti, affinché attraverso quel tesoro spirituale si facesse mercanzia spirituale che molte anime troverà.
Così il santo, stando una volta in preghiera, udì una voce dall'alto: «Nicola, entra nella lotta del popolo, se desideri essere da Me incoronato». Udendo questa voce, Nicola si spaventò e pensava tra sé: "Cosa vuole quella voce e cosa chiede il Signore da lui?". E di nuovo udì la voce, che gli diceva: «Nicola, non è questo il campo che devi portarMi come frutto e che aspetto da te; ma volgiti verso gli uomini, affinché sia glorificato attraverso te il Mio nome». Allora San Nicola conobbe la volontà di Dio: che, lasciando la pace, andasse a servire per la salvezza degli uomini. Dunque pensava dove sarebbe andato: nella sua patria, nella città di Patara dai conoscenti, o in un'altra parte. Ma, temendo e fuggendo la gloria umana vana, pensò di andare in un'altra città dove nessuno lo conoscesse.
In quella regione della Licia c'è una città gloriosa che si chiama Mira, la metropolia della Licia. Dunque, in quella città venne San Nicola, essendo condotto dalla Provvidenza di Dio, cosicché nessuno lo sapeva. Lì viveva come uno dei poveri, non avendo dove posare il capo. Egli non andava se non nella casa del Signore, avendo come porto solo Dio. In quel tempo, si trasferì a Dio l’archiereu della città di Mira, Giovanni l'arcivescovo e primo occupante del seggio in tutta la terra della Licia. Allora si riunirono tutti i vescovi di quella terra a Mira, per eleggere un uomo degno per quel seggio. Dunque, essendoci lì uomini onesti e con buona comprensione, erano incerti tra loro su chi eleggere. Alcuni, essendo mossi dallo zelo divino, dissero che quel compito non era della scelta umana, ma della disposizione di Dio. Dunque conveniva fare preghiera per questo, affinché il Signore stesso mostrasse chi fosse degno di ricevere un grado come questo e di essere pastore su tutta la Licia.
Tutti, ascoltando quel buon consiglio, fecero preghiera con zelo e con digiuno. E il Signore, facendo la volontà di coloro che Lo temono e ascoltando la loro preghiera, rivelò il Suo compiacimento a uno di quei vescovi che era più anziano, in questo modo: stando egli in preghiera, gli apparve un uomo luminoso ordinandogli di andare di notte e stare presso le porte della chiesa e fare attenzione a chi sarebbe entrato prima di tutti; «quello» – diceva lui – «è spinto dal Mio Spirito e, prendendolo con onore, ponetelo arcivescovo. E il nome di quell'uomo è Nicola». Avendo questa visione divina quel vescovo e udendo ciò che gli era stato ordinato nella visione, lo annunciò agli altri vescovi e quelli, udendo, furono spinti ancora di più verso la preghiera, con amore per la fatica.
Allora il vescovo che vide la rivelazione stette in quel luogo dove gli era stato ordinato nella visione e aspettava la venuta dell'uomo desiderato. Dunque, quando fu l'ora del Mattutino, San Nicola, spinto dallo Spirito, arrivò prima di tutti alla chiesa, perché aveva il costume di alzarsi nel mezzo della notte per la preghiera e veniva all'inizio del canto del Mattutino prima di tutti. Entrando nel portico, lo prese il vescovo che si era degnato di quella visione e gli disse: «Come ti chiami, figlio?». Ma egli taceva. Quello lo interroga di nuovo. Il santo gli rispose con mitezza: «Nicola mi chiamo, signore, servo della tua santità». Quel divino uomo, che udì quella voce mite, comprese da una parte, secondo il nome che gli era stato detto nella visione, che si chiamava Nicola; e dall'altra, attraverso la sua umiltà, che il santo rispose con mitezza. Dunque conobbe che quello era colui che Dio aveva scelto per essere metropolita della chiesa di Mira. Poiché sapeva verso chi guarda il Signore, come dice la Scrittura: «Verso il mite e il silenzioso e verso colui che trema alle Mie parole». Allora si rallegrò molto, come quando si scopre un tesoro nascosto e, subito prendendolo per mano, gli disse: «Seguimi, figlio». Dunque lo portò con onore ai vescovi. Ed essi, riempiendosi di gratitudine divina e di consolazione spirituale per il ritrovamento dell'uomo indicato da Dio, lo portarono nel mezzo della chiesa.
Diffondendosi questa notizia ovunque, si radunarono più in fretta degli uccelli una moltitudine di persone senza numero. Il vescovo, che aveva visto la visione, disse a gran voce verso tutti: «Ricevete, fratelli, il vostro pastore, che lo Spirito Santo ha scelto per voi e al quale ha affidato perfettamente la guida delle vostre anime; che non la scelta umana, ma il giudizio di Dio ha portato qui. Ecco ora abbiamo colui che abbiamo desiderato e cercato, lo abbiamo trovato e lo abbiamo ricevuto. Dunque, essendo da questo ben guidati, non cadremo dalla speranza, affinché così stiamo bene davanti a Dio nel giorno della Sua manifestazione e della rivelazione».
Il popolo rendeva grazie a Dio e si rallegrava, ma San Nicola rifiutava di ricevere quel grado, non sopportando la lode umana. Tuttavia, essendo pregato da tutto il concilio consacrato e da quello laico, anche contro la sua volontà lo elevarono sul seggio arhieratico, poiché attraverso una visione divina era stato spinto a ciò, visione che ebbe prima della morte dell'arcivescovo. Riguardo a questa visione San Metodio, patriarca di Costantinopoli, scriveva così: «In una notte, San Nicola vide il nostro Salvatore nella gloria, stando vicino a lui e dandogli il Santo Vangelo, che era adornato d'oro e di perle; e dall'altra parte vide la Santa Madre di Dio porre sulle sue spalle l'omoforo arhieratico». Dopo quella visione, passando pochi giorni e morendo Giovanni, l'arcivescovo di Mira, Nicola fu eletto arcivescovo di quella città.
Ricordandosi di quella visione, San Nicola e vedendo il compiacimento di Dio, e non trascurando nemmeno le preghiere del concilio, ricevette il pastorato della Licia. E la consacrata assemblea dei vescovi insieme ai chierici, compiendo tutto ciò che si conviene alla sua consacrazione, fece festa di gioia, rallegrandosi del loro pastore dato da Dio, l’archiereu di Cristo, Nicola. Così, la Chiesa di Dio ricevette la fiaccola luminosa, che non fu posta da parte né nascosta sotto il moggio, ma, stando nel luogo conveniente nel candelabro dell'archieria e del pastorato, splendeva luminosa, dirigendo rettamente la parola della verità e tutti i precetti ortodossi, pensandoli e insegnandoli in modo sano.
Proprio dall'inizio del suo pastorato, l’eletto di Dio diceva tra sé così: "Oh! Nicola, per questa dignità e per questo luogo occorrono altri costumi; dunque da ora non vivere più per te, ma per gli altri". Poi, volendo insegnare alle sue pecore le buone opere, non nascondeva più la sua vita fatta di buone opere come prima. Perché prima solo Dio conosceva la sua vita, servendoLo in segreto. E dopo che divenne archiereu, era manifesta a tutti la sua vita, non per gloria vana, ma per il profitto e l'aumento della gloria di Dio, cosicché si compirono le cose scritte nel Vangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere, glorifichino il vostro Padre, che è nei cieli».
San Nicola era lo specchio del suo gregge attraverso tutte le buone opere e modello per i fedeli, come dice l'Apostolo: «Nella parola, nella vita, nell'amore, nella fede, nello spirito e nella purezza». Poi era mite, senza malizia e umile di spirito, rifuggendo il vanto. I suoi abiti erano semplici e il cibo ascetico che consumava sempre solo una volta al giorno e quello la sera. Tutto il giorno si occupava delle cose che convenivano alla sua dignità, ascoltando i bisogni di coloro che venivano da lui, e le porte della sua casa erano aperte a tutti, perché era buono verso tutti e accessibile. Ai poveri era padre; ai bisognosi, misericordioso; consolatore di coloro che piangevano, aiuto agli oppressi e per tutti grande benefattore. Poi, si guadagnò come aiuto nelle sue fatiche pastorali e per il governo della Chiesa due consiglieri con buone opere e con buona comprensione, onorati con il grado del sacerdozio, cioè Paolo di Rodi e Teodoro l'Ascalonita, uomini conosciuti da tutta la Grecia.
Così, ben pasceva il gregge a lui affidato, delle pecore di Cristo dotate di parola. E l'occhio invidioso del diavolo malvagio, che mai smette di sollevare guerra contro i servi di Dio, non sopportando di vedere la buona fede fiorire negli uomini, sollevò persecuzione contro la Chiesa di Cristo attraverso i pagani imperatori di Roma, Diocleziano e Massimiano. Da loro uscì allora l'ordine in tutto il mondo affinché tutti i fedeli rinnegassero Cristo e adorassero gli idoli; e coloro che non si fossero sottomessi fossero costretti con tormenti, nelle prigioni e con lavori pesanti, poi, infine, con morte violenta fossero puniti.
Una tale tempesta devastatrice presto arrivò anche fino alla città di Mira, portata dai desiderosi della paginità oscura. E il beato Nicola, essendo in quella città capo di tutti i cristiani, con lingua libera predicava la buona fede di Cristo e si mostrava pronto a soffrire per Lui. Perciò fu catturato dai persecutori pagani e gettato in prigione insieme a molti cristiani. Trascorrendo qui molto tempo, subì molti mali, sopportando fame, sete e la stretta della prigione. Nutriva i compagni di prigionia con la parola di Dio e dava loro da bere le dolci acque della buona fede, facendo progredire in loro la fede in Cristo Dio e ponendo i loro piedi sul fondamento incrollabile. Poi, rafforzandoli nella confessione di Cristo, li esortava con zelo a soffrire per la verità.
Dopo ciò, di nuovo fu donata la pace ai cristiani e, come il sole dopo le nuvole scure, così risplendette la retta fede o come una frescura che viene dopo la tempesta. Perché, guardando Cristo con amore per gli uomini sulla Sua eredità, distrusse il dominio dei pagani, cacciando dall'impero Diocleziano e Massimiano; e con loro cacciò coloro che servivano la paginità ellenica e sollevò per il Suo popolo il corno della salvezza attraverso la manifestazione della Croce del grande imperatore Costantino, al quale affidò il dominio di Roma.
Costantino, conoscendo l'Unico Dio e ponendo la sua speranza in Lui, vinse tutti i suoi avversari con il potere della Santa Croce e distrusse la speranza vana di coloro che avevano regnato prima, ordinando di abbattere i templi degli idoli e di costruire chiese cristiane; e coloro che erano rinchiusi nelle prigioni per Cristo li liberò e con grandi lodi li onorò come degli eroi; e tutti i confessori di Cristo tornarono nella loro patria. Allora anche la città di Mira ricevette di nuovo il suo pastore, questo grande archiereu Nicola, martire per volontà e senza sangue incoronato. Questi, avendo il dono di Dio in sé, guariva le passioni e le infermità degli uomini, non solo dei fedeli ma anche degli infedeli. Dunque, per il grande dono di Dio che dimorava in lui, a molti divenne glorioso, meraviglioso e molto amato; poiché splendeva con la purezza del cuore ed era adornato di tutti i doni di Dio, servendo il suo Signore in santità e giustizia.
A quel tempo c'erano ancora molti templi idoli nei quali il popolo pagano serviva con amore diabolico e non poca gente periva dalla città di Mira. Ma il divino archiereu, accendendosi di zelo, percorse tutti quei luoghi abbattendo i templi idoli e purificando il suo gregge dalle impurità diaboliche. San Nicola, lottando contro gli spiriti malvagi, giunse anche al tempio di Artemide che, essendo dimora degli idoli, era grande e molto adornato. L'impulso del santo era diretto più verso gli idoli che verso l'impuro tempio, che demolì fino alle fondamenta rase al suolo; allora gli spiriti malvagi, non potendo affatto sopportare la venuta del santo, emettevano voci di pianto gridando molto forte, poiché erano vinti e scacciati dal loro luogo attraverso l'arma delle preghiere dell'invincibile soldato Nicola, l’archiereu di Cristo.
Dopo questo, il pio imperatore Costantino, volendo rafforzare la fede in Cristo Dio, ordinò che si tenesse il Concilio di tutto il mondo nella città di Nicea. Lì radunandosi i Santi Padri, predicarono luminosamente la retta fede e Ario, il cattivo pensatore e seminatore di zizzania, insieme alla sua eresia, lo diedero all'anatema. Poi, confessando il Figlio di Dio uguale in onore e in sostanza con il Padre, diedero pace alla divina e apostolica Chiesa. Allora anche il meraviglioso Nicola, essendo al concilio uno dei 318 Santi Padri, con grande coraggio stette contro le bestemmie di Ario e insieme ai Santi Padri mostrò i dogmi della fede retta e a tutti li fece conoscere con certezza.
Riguardo a lui racconta uno degli storici che, accendendosi di zelo divino come un secondo Elia, osò nel mezzo del concilio svergognare Ario non solo con la parola ma anche con l'opera, colpendo Ario sul volto. Di questa cosa si rattristarono i Santi Padri e perciò presero da lui i segni arhieratici. Ma il nostro Signore Gesù Cristo e la Sua Santissima Madre, guardando dall'alto le fatiche di San Nicola, acconsentirono alla sua opera fatta con coraggio e lodarono il suo zelo divino. La stessa visione ebbe anche qualcuno dei Santi Padri più degni, proprio come lo stesso San Nicola vide prima della sua elezione all'archieria, cioè: stando da una parte di lui Cristo Signore con il Vangelo e dall'altra parte la Purissima Vergine Madre di Dio con l'omoforo, restituirono le cose prese da lui, conoscendo da ciò che era stata gradita a Dio quell'audacia del santo. Dunque i padri tacquero e, come un eletto di Dio, molto lo onorarono.
Tornando San Nicola dal concilio, venne al suo gregge portando pace, benedizione e insegnamento sano a tutta la moltitudine del popolo con la sua bocca fonte di miele. Poi il gregge malato ed estraneo lo tagliò dalle radici e gli eretici induriti e insensibili che erano invecchiati nella malvagità, rimproverandoli, li scacciò dal gregge di Cristo, come un saggio agricoltore che pulisce tutto ciò che è sull'aia e nel torchio e sceglie le cose migliori, poi scuote la pula. Così il sapientissimo lavoratore dell'aia di Cristo, San Nicola, riempiva con buoni frutti il granaio spirituale e la pula dell'inganno illusorio ed eretico la ventilava e la gettava lontano dal grano del Signore. Per questo motivo la Santa Chiesa lo chiama pala che ventila gli insegnamenti di Ario come pula. Egli era veramente la luce del mondo e il sale della terra, dato che la sua vita era luminosa e la sua parola condita con il sale della saggezza.
Poiché il buon pastore aveva grande cura per il suo gregge nei bisogni che accadevano, non solo con il pascolo spirituale nutrendolo, ma anche del cibo corporeo si prendeva cura. Un'altra volta, accadendo nella terra della Licia una grande carestia e la città di Mira essendo priva di ogni tipo di cibo e il popolo essendo in grande bisogno, l’archiereu di Dio, impietosendosi verso il popolo povero che periva di fame, apparve di notte in sogno a un mercante dall'Italia che aveva riempito una nave di grano, volendo andare con essa in un'altra terra, e dandogli tre monete d'oro come caparra, gli ordinò di andare nella città di Mira e lì vendere il suo grano con profitto. Svegliandosi il mercante dal sonno e trovando nella sua mano tre monete d'oro, si spaventò, meravigliandosi di un sogno simile. Per quel miracolo il mercante non si mostrò disobbediente nel fare ciò che gli era stato ordinato. Ma scese nella città di Mira e vendette il grano a coloro che erano in essa, non nascondendo l'apparizione di San Nicola che gli era stata fatta in sogno. E i cittadini, trovando consolazione in quella carestia e udendo le cose narrate, diedero gloria e ringraziamento a Dio e benedicevano il grande archiereu Nicola, il loro meraviglioso nutritore.
In quel tempo si fece un tumulto nella grande Frigia, di cui udendo l'imperatore Costantino mandò tre condottieri insieme ai soldati che erano sotto di loro per sedare quel tumulto. E i nomi dei condottieri sono questi: Nepoziano, Urso ed Erpilione. Questi, con molto zelo, partendo da Costantinopoli vennero in un certo porto dell'eparchia della Licia che si chiama costa di Adriano, dove c'era una città. E poiché non era loro possibile andare, perché il mare era agitato, aspettavano in quel porto la calma del mare. Allora uno dei soldati, uscendo dalla nave per comprare le cose necessarie, prendeva le cose altrui con la forza, come è costume dei soldati. Spesso facendo ciò, recavano danno a coloro che vivevano lì. Per questo motivo si fece chiasso e tumulto, anzi anche una guerra stava per farsi da entrambe le parti, nel luogo chiamato Placomata.
Venendo a conoscenza di ciò, San Nicola non fu pigro nell'andare personalmente verso quella riva e nella città per sedare la lite tra loro. Poi subito tutta la città e i condottieri, udendo della venuta del santo, gli uscirono incontro e si inchinarono a lui. Il santo chiese ai condottieri da dove fossero e dove andassero. Essi dissero che erano mandati dall'imperatore in Frigia a sedare il tumulto che si era fatto lì. Il santo li consigliò di dare insegnamento ai loro soldati affinché non recassero disturbo al popolo. Poi, portando i condottieri in città, li ospitò con amore. Ed essi, rimproverando i soldati, sedarono il tumulto e si degnarono della benedizione del santo.
Fatto ciò, vennero alcuni cittadini da Mira, i quali, piangendo con lacrime e cadendo ai piedi del santo, chiedevano aiuto per alcuni uomini condannati senza colpa. Essi dicevano con dolore che, non essendoci il santo lì, era venuto Eustazio il governatore e, riempiendosi le mani di soldi da alcuni uomini malvagi, aveva condannato a morte tre uomini della loro città che non avevano sbagliato nulla, «di cui tutta la città si addolora e piange, aspettando il tuo ritorno, signore; perché se tu fossi stato a casa, non avrebbe osato il governatore fare un giudizio così ingiusto».
L’archiereu di Dio, udendo tali cose, si addolorò nell'anima e, prendendo insieme a lui i condottieri, subito partì. Arrivando al luogo chiamato Leone, incontrarono alcune persone che venivano e chiesero loro se sapessero qualcosa di quei tre uomini che erano condannati a morte. Essi dissero verso di lui: «Li abbiamo lasciati nel campo di Castore e di Polluce, essendo portati lì per essere tagliati». Allora il santo si diresse in fretta verso quel luogo, affrettandosi ad arrivare prima dell'uccisione innocente di quelli. Arrivando in quel luogo, vide molto popolo stare lì e i tre uomini condannati, aventi le mani legate e i volti coperti e chinati a terra e con i colli nudi, aspettando il taglio definitivo. Allora vide il boia estrarre la spada per ucciderli, mostrandosi turbato e con aspetto selvaggio, motivo per cui quella vista era per tutti spaventosa e di pianto. Allora l’archiereu di Cristo, turbandosi nell'anima, entrò con audacia tra il popolo e, afferrando la spada dalla mano del boia, la gettò a terra, non temendo nulla, e gli uomini li sciolse dai legami.
Tutte queste cose le faceva il santo con grande audacia e non c'era nessuno che lo fermasse; poiché la sua parola era con autorità e la sua opera con potenza divina, essendo grande davanti a Dio e a tutto il popolo. Quei tre uomini, liberati dalla morte, vedendosi tornati dalle grinfie della morte alla vita, piangevano di gioia con lacrime calde e gridavano con ringraziamento tutti coloro che si erano radunati lì. Poi venne anche il governatore Eustazio e il prediletto di Dio lo ignorò e, quando gli si avvicinava, gli voltava la faccia, e quando cadeva ai suoi piedi non lo riceveva. Diceva il santo che lo avrebbe riferito all'imperatore e avrebbe pregato Dio per punirlo; poi, con pene estreme lo minacciava molto, come colui che non governa con giustizia il suo potere. Ed egli, essendo rimproverato dalla coscienza e spaventato dalla minaccia del santo, con lacrime chiedeva misericordia e pregava con tutta l'anima, pentendosi per la sua ingiustizia, cercando di riconciliarsi con il grande padre Nicola. La colpa la gettava su Simonide e su Eudosio, i più eminenti della città, ma la menzogna non poteva nascondersi, perché il santo sapeva con certezza che, essendo corrotto con l'oro, aveva condannato a morte gli innocenti, e tutto il popolo rendeva grande ringraziamento al Santo padre Nicola. Solo dopo essere stato ammorbidito il prediletto di Cristo perdonò il governatore, poiché ora da solo, con umiltà e con molte lacrime, confessava il suo errore e non gettava più la colpa su nessun altro.
I condottieri sopra menzionati insieme a coloro che erano venuti con loro, vedendo tutto ciò che era accaduto, si meravigliarono dello zelo e della bontà del grande archiereu di Dio. Poi, degnandosi delle sue sante preghiere e ricevendo la sua benedizione come un dono, andarono in Frigia per compiere l'ordine dell'imperatore. Dunque, andando lì, sedarono il tumulto che c'era e compiendo tutte le cose a loro ordinate dall'imperatore, tornarono con gioia in Bisanzio ed ebbero onore e molta lode dall'imperatore e da tutti i dignitari. Da allora, per la loro grande gloria, frequentavano il palazzo, dove furono anche degnati di essere nel consiglio imperiale. Ma gli occhi invidiosi e malvagi degli uomini cattivi, non potendo vederli in una grandezza simile, si mossero verso la malvagità e l'ostilità.
Perciò, intrecciando i malvagi un consiglio astuto, si avvicinarono ad Ablavio, l'eparca della città, tramando terribili calunnie su questi uomini e dicendo: «Non hanno consigliato bene i condottieri, né sarà buona la fine del loro consiglio, poiché essi iniziano cose nuove che ora sono entrate nelle nostre orecchie e tramano cose malvage contro l'imperatore». Così, calunniando su di loro, una moltitudine di oro diedero all'eparca e portarono quella calunnia anche alle orecchie dell'imperatore. Udendo, l'imperatore subito ordinò che, senza altra domanda, fossero gettati in prigione i tre condottieri, affinché non fuggissero di nascosto e compissero il loro cattivo consiglio. Dunque i condottieri erano in catene e in prigione, non sapendo perché fossero gettati lì, poiché non si sapevano colpevoli di nulla.
Passando un po' di tempo, i calunniatori temettero che per caso non si svelasse la loro calunnia bugiarda e venisse alla luce la loro malvagità, cosicché si rivolgesse su di loro tutto il bisogno. Per questo, con molte preghiere si avvicinarono all'eparca, consigliandolo di non lasciare per più tempo in vita quegli uomini, ma subito di fare giudizio di morte secondo la prima decisione. E l'eparca, che si era addolcito con l'amore per l'oro, udendo ciò pose fine alla promessa. Dunque subito andò dall'imperatore con volto addolorato e con aspetto cupo, come un messaggero di male, volendo mostrare che si cura molto per la vita dell'imperatore e con fede si adopera per lui. Poi iniziò in varie forme a ingannarlo con parole malvage e astute, spingendolo all'ira sugli innocenti e dicendo: «Nessuno di coloro che stanno in prigione vuole pentirsi, imperatore, ma, rimanendo nel primo cattivo pensiero, non smettono di pensare inganno e di pensare contro di te con malvagità. Dunque ordina più in fretta di ucciderli affinché, per caso anticipando loro, non compiano la malvagità che hanno iniziato contro di te; così giungeranno alla fine i loro cattivi scopi».
Con queste parole essendo turbato l'imperatore, condannò a morte gli innocenti; ma essendo sera, fu rimandata la loro uccisione fino al mattino dopo. Venendo a conoscenza di ciò la guardia della prigione e piangendo molto per una sciagura simile posta su quegli innocenti, andò dai condottieri dicendo: «Sarebbe stato meglio per me non avervi conosciuto, né essermi addolcito d'amore e con parole a tavola, poiché più facilmente avrei sopportato ora la separazione da voi e meno dolore mi avrebbe procurato la sciagura che è venuta su di voi. Poi non sarebbe venuta un'afflizione simile sulla mia anima perché domani mattina, ahimè per me!, ci separeremo l'uno dall'altro con amarezza e da ora non vedrò più i vostri carissimi volti né vi udrò più parlare, perché è stato ordinato di uccidervi. Dunque disponete se volete qualcosa per i vostri beni, poiché ora è il tempo, affinché la morte non anticipi la vostra volontà».
Dicendo queste cose con lamento, ed essi sapendosi innocenti verso l'imperatore e quindi indegni di morte, si strapparono le vesti e crudelmente si strappavano i capelli, dicendo: «Quali nemici hanno invidiato la nostra vita e perché morire noi come dei ladri? Poiché non abbiamo fatto nulla di degno di morte». Allora chiamavano i loro per nome, i parenti e i conoscenti, e ponevano testimone Dio che nulla di male avevano fatto e piangevano amaramente. Uno di loro, con il nome di Nepoziano, si ricordò di San Nicola che, stando a Mira davanti ai tre uomini, si fece loro aiuto gloriosissimo e buonissimo difensore, liberandoli dalla morte.
Dicendo ciò, l'uno verso l'altro pregavano: «Dio di Nicola, che hai liberato i tre uomini dalla morte ingiusta, guarda ora anche su di noi che non abbiamo altro aiuto tra gli uomini; perché ecco ci ha colto un grande bisogno e non c'è chi ci liberi da questa sciagura. Ecco, anche la nostra voce è ammutolita prima ancora dell'uscita dell'anima e la nostra lingua si secca accendendosi dal fuoco del cuore, e ora nemmeno preghiere più possiamo portarTi. In fretta ci vengano incontro le Tue compassioni, Signore, e scampaci dalle mani di coloro che vogliono le nostre anime, perché ecco domani mattina vogliono ucciderci; affrettati in nostro aiuto e libera noi innocenti dalla morte».
Dio, udendo le preghiere di coloro che Lo temevano e come un padre avendo pietà dei figli, mandò loro in aiuto il Suo santo ed eletto, il grande archiereu Nicola. Poiché in quella notte, dormendo l'imperatore, gli apparve in sogno l’archiereu di Cristo dicendo così: «Alzati subito e libera i tre condottieri che sono tenuti in prigione, perché senza colpa sono calunniati e con ingiustizia soffrono». E, dicendo tutta la verità, gli disse: «Se non mi ascolterai e se non li libererai, allora solleverò contro di te guerra come fu in Frigia e male soffrirai». Meravigliandosi l'imperatore dell'audacia di San Nicola, pensava come avesse osato di notte fuori orario entrare all'interno del suo palazzo e gli disse: «Chi sei tu che osi portare una minaccia simile contro il nostro potere?». Egli gli rispose: «Nicola è il mio nome e sono l’archiereu della metropolia di Mira».
L'imperatore fu turbato da quella visione e, alzandosi, pensava: "cos'è questo?". Similmente anche ad Ablavio l'eparca, in quella notte dormendo lui, gli apparve in sogno il santo e la stessa cosa gli disse per quegli uomini. Svegliandosi, Ablavio ebbe paura e si spaventava nella sua mente per ciò che aveva visto. Poi venne qualcuno dall'imperatore dicendogli cosa aveva visto anche questi in sogno. Ed egli subito, andando dall'imperatore, gli disse la visione e ciò che gli si era manifestato e si meravigliarono entrambi di quella visione gloriosissima, che ugualmente era stata fatta a entrambi.
Subito l'imperatore ordinò di portare davanti a sé i condottieri dalla prigione e disse verso di loro: «Quali stregonerie avete fatto per mandare su di noi simili visioni? Poiché apparendo un uomo ci ha spaventato molto male, vantandosi che presto porterà guerra»; ed essi, non sapendo nulla, si chiedevano l'un l'altro se qualcuno sapesse qualcosa – poiché nessuno sapeva nulla – e con gli occhi umiliati hanno guardato l'uno verso l'altro. Vedendo l'imperatore una cosa simile, cambiò in mitezza e disse verso di loro: «Non temendo il male, dite la verità». Ed essi, con gli occhi pieni di lacrime e molto turbandosi, dissero: «Noi, imperatore, stregonerie non sappiamo, né abbiamo pianificato qualcosa di male contro il tuo potere, né abbiamo pensato nulla; testimone è per noi l'occhio onniveggente del Signore. E se non sarà così e troverai inganno in noi, allora non fare con noi alcuna misericordia; e non solo con noi tre, ma persino la nostra stirpe non risparmiare. Noi abbiamo imparato dai nostri padri a onorare l'imperatore e, più di ogni altra cosa, ad avere fede verso di lui. Perciò ora con fede abbiamo custodito la tua vita e le cose a noi affidate, come si conveniva alla nostra dignità, bene le abbiamo guidate servendo con zelo il tuo ordine; poiché il tumulto in Frigia lo abbiamo sedato e la guerra pianificata dai nemici l'abbiamo dispersa, mostrando attraverso ciò il nostro coraggio con l'opera davanti a te, come diranno coloro che sanno bene. E la tua maestà prima ci hai donato onore, e ora con asprezza ti sei armato contro di noi, essendo duramente giudicati e con spavento aspettiamo di soffrire. Pertanto, come ci sembra a noi, o imperatore, lo zelo nostro verso di te è stato causa per noi di grandi fatiche, poiché invece della gloria e dell'onore che abbiamo sperato, il timore della morte e la condanna ci hanno colto».
Umiliandosi l'imperatore per queste parole, si pentiva dell'oltraggio portato a quegli uomini, essendo che tremava per il giudizio di Dio e si vergognava della porpora imperiale; poiché colui che si adopera a porre leggi agli altri vede egli stesso che fa giudizi senza legge. Dunque in quell'ora guardò con più pietà su di loro e iniziò a parlare verso di loro con mitezza. Ed essi, guardando con umiltà verso l'imperatore, subito videro il volto di San Nicola seduto insieme all'imperatore e facendo loro compassione e perdono. Questo però nessuno lo vedeva, tranne solo i tre condottieri. Allora prendendo essi audacia dissero a gran voce: «Dio di Nicola, che hai liberato un tempo i tre uomini a Mira dalla morte ingiusta, scampa anche noi tuoi servi da questo bisogno che ci sta sopra». E l'imperatore, prendendo la parola, disse: «Chi è Nicola e quali uomini ha liberato? Ditemi con precisione questo». E Nepoziano gli raccontò tutto.
Allora l'imperatore, conoscendo San Nicola che è grande eletto di Dio e meravigliandosi dell'audacia e dello zelo suo per gli oppressi, liberò quei condottieri dicendo loro: «Non io vi dono la vita, ma il grande servitore di Dio, Nicola, che voi avete chiamato in aiuto. Dunque andate da lui e dategli ringraziamento, poi ditegli da parte mia: "Ecco, ho fatto le cose ordinate da te; dunque non adirarti contro di me, prediletto di Cristo!"». Dicendo ciò, affidò loro un Vangelo rilegato d'oro, un incensiere d'oro adornato con pietre preziose e due candelabri, ordinando loro di darli alla chiesa di Mira. Così i tre condottieri, ottenendo la gloriosissima salvezza, subito si misero in cammino e con gioia vennero dal santo, che con allegria videro. Poi grande ringraziamento gli diedero, come a colui che fece loro una bontà simile, e cantavano dicendo: «Signore, Signore, chi è simile a Te, Colui che liberi il povero dalle mani di coloro più forti di lui?». Poi nemmeno i poveri lasciarono senza misericordia, ma anche quelli li saziarono dai loro beni, e dopo ciò con buon esito tornarono alle loro case.
Queste sono le opere di Dio, che ingrandiscono il Suo eletto. Perciò, come un uccello andando la notizia su di lui ovunque, attraversò la superficie dei mari e tutto il mondo, cosicché nessun luogo era rimasto dove non fossero stati uditi i miracoli grandi del glorioso archiereu Nicola, secondo il dono dato a lui dall'Onnipotente Dio. Una volta alcuni marinai navigando dall'Egitto verso le terre della Licia, accadde loro una grande tempesta, cosicché anche le vele furono gettate giù e la nave stava per rompersi per l'agitazione delle grandi onde. Allora tutti si spaventarono a morte. E quando si ricordarono del grande archiereu Nicola – che mai avevano visto se non solo udito di lui, che è pronto aiuto a coloro che lo chiamano nei bisogni – si diressero con le preghiere verso di lui e lo chiamarono in aiuto. E il santo subito apparve loro ed entrò nella nave dicendo: «Ecco, mi avete chiamato e sono venuto per aiutarvi; dunque non temete». Afferrando il timone, si vedeva come guidasse la nave. Poi rimproverò il vento e il mare, come anche il nostro Signore un tempo che disse: «Colui che crede in Me e le opere che faccio Io, egli le farà». Così il fedele servo del Signore ordinava al mare e al vento e quelli gli erano obbedienti.
Dopo ciò i marinai, portati dal vento dolce, arrivarono nella città di Mira e, uscendo dalla nave, andarono in città volendo vedere colui che li liberò dai bisogni. Vedendolo andare in chiesa riconobbero il loro benefattore e, correndo, caddero ai suoi piedi dandogli ringraziamento. E il meraviglioso Nicola non solo dal bisogno corporeo e dalla morte li liberò, ma anche per la salvezza delle loro anime ebbe cura; poiché, essendo preveggente, vide in loro con gli occhi spirituali il pensiero del peccato, che allontana l'uomo da Dio e lo devia dai Suoi comandamenti. Perciò disse verso di loro: «Conoscetevi, vi prego, o figli; conoscete i vostri cuori e i vostri pensieri dirigeteli verso il buon compiacimento di Dio, perché sebbene ci nascondiamo e ci riteniamo buoni dagli altri uomini, da Dio nulla si può nascondere. Perciò affrettatevi con tutto lo zelo a custodire la santità spirituale e la purezza corporea, poiché siete chiesa di Dio, come dice il divino Apostolo Paolo: "Se qualcuno guasterà la casa di Dio, quello lo guasterà Dio"».
Così, rimproverando quegli uomini con parole utili all'anima, li lasciò con la pace; poiché il beato aveva il costume di rimproverare come un padre amante dei figli, e il suo volto era come quello dell'angelo di Dio, splendendo con il dono divino. Dal suo volto usciva un raggio sfolgorante, come anche da quello di Mosè, e la sua vista portava molto profitto a coloro che guardavano verso di lui; poiché se qualcuno fosse stato aggravato da qualsiasi tipo di passione o con tristezza spirituale, solo se avesse guardato verso il santo subito trovava abbondante consolazione alla sua tristezza. O se parlava qualcuno con lui, molto progrediva nelle cose buone. Tanto che non solo i fedeli, se accadeva di udire qualcosa dalla lingua dolce e fonte di miele, ma anche gli infedeli si umiliavano e si lasciavano guidare verso la salvezza, gettando via la malvagità dell'infedeltà della giovinezza e ricevendo nel cuore la parola retta della verità.
Il grande eletto di Dio visse anni sufficienti splendendo nel mezzo della città di Mira con i divini ornamenti, secondo quanto dice la Divina Scrittura: «Come una stella mattutina nel mezzo delle nuvole, come la luna piena dei suoi giorni e come il sole che splende sulla Chiesa del Dio Altissimo, come un giglio presso i corsi d'acqua e come un balsamo di molto valore, profumando per tutti». In profonda vecchiaia, essendo pieno di giorni buoni, diede il debito comune della natura umana ammalandosi poco nel corpo, poi finì bene la sua vita temporale. Dunque fu accompagnato con gioia e con salmi alla vita immortale e beata, accompagnandolo i santi angeli e andandogli incontro le schiere dei santi. Presso il suo onorato corpo, radunandosi vescovi da tutte le città in moltitudine senza numero, lo posero con onore nella chiesa cattedrale della metropolia di Mira nel giorno sei del mese di dicembre.
Poi si compirono molti miracoli dalle sante reliquie dell'eletto di Dio. Perché scaturì miro con buon profumo dalle sue reliquie, con cui ungendosi i malati ottenevano la salute. Per questo motivo dai confini della terra accorreva la gente alla sua tomba cercando la guarigione delle malattie e non erano privati di ciò che cercavano, poiché tutte le infermità si guarivano con quel santo miro, non solo quelle corporee ma anche quelle spirituali; e gli spiriti malvagi si spaventavano: non solo in vita, ma anche dopo la sua morte li vinceva, come anche ora li vince.
Una volta alcuni uomini timorati di Dio, dalla foce del fiume che si chiama Tanais, udendo delle reliquie fonti di miro e guaritrici dell’archiereu di Cristo, Nicola, che si trovava a Mira, città della Licia, si consigliarono di andare sul mare lì per l'adorazione. Riempendo la nave di grano volevano navigare. Ma il malvagio diavolo, che era insediato prima nel tempio di Artemide e che era stato scacciato da lì da San Nicola abbattendo il tempio, sentendo che la nave voleva partire verso il grande padre, adirandosi per la distruzione del tempio come anche per la sua cacciata da lì, si sforzava con tutta la forza di vendicarsi sul santo. Così il diavolo pensò di fare impedimento a quegli uomini dal cammino che avevano pianificato e di privarli della santità ponendo loro ostacoli al desiderio. Dunque si trasformò in aspetto di donna e faceva finta di portare un vaso pieno d'olio, poi disse verso quegli uomini: «Avrei voluto portare questo alla tomba del santo, ma molto temo il mare, che non è possibile a una donna debole come me e malata di stomaco osare viaggiare su tale abisso. Perciò vi prego affinché, prendendo questo vaso, lo portiate alla tomba e versiate l'olio nella lampada del santo».
Dicendo il diavolo ciò, diede il vaso nelle mani di quegli amanti di Dio. Non si sapeva però con quali tipi di stregonerie fosse mescolato quell'olio per nuocere e distruggere coloro nella nave. Ma quelli, non sapendo l'opera del malvagio, ascoltarono la sua richiesta e presero il vaso con l'olio diabolico e, partendo dalla riva, in quel giorno navigarono bene. Tuttavia, il secondo giorno iniziò a soffiare il vento da mezzanotte e a rendere la navigazione difficile; dunque molti giorni trovandosi in pericolo per le onde, pensavano di tornare indietro. Girando la nave apparve loro San Nicola navigando in una barca più piccola e disse loro: «Dove andate, uomini? Perché avete lasciato la via che vi sta davanti e tornate indietro? Nella vostra mano è calmare la tempesta e rendere alla nave la via facile, poiché è diabolica quella cattiva maestria che vi impedisce nel vostro viaggio. Che non una donna vi ha dato il vaso, ma lo stesso diavolo; dunque gettatelo in mare e subito avrete la via con buon esito».
Udendo ciò, quegli uomini presero il vaso e lo gettarono nell'abisso del mare. E facendo questo subito uscì da lì fumo nero e fiamma di fuoco che riempì l'aria di odore pesante, e il mare si aprì e, bollendo l'acqua dall'abisso, ribolliva. E le gocce d'acqua erano come scintille di fuoco, cosicché molto temettero coloro che erano nella nave e per la paura gridavano. Ma l'aiuto che si era manifestato loro, ordinando di avere coraggio e di non temere, calmò il mare; poi i viaggiatori, liberandoli dalla paura, li fece navigare senza pericolo verso la Licia. Allora subito venendo una frescura con buon profumo, soffiò su di loro e si rallegrarono; poi navigarono bene fino alla città desiderata. Lì, adorando le reliquie fonti di miro del pronto aiuto e difensore, ringraziavano l'Onnipotente Dio. Poi elevando preghiere al grande padre tornarono nella loro terra, raccontando a tutti con lacrime di gioia ciò che era accaduto loro sul cammino.
Molti, grandi e gloriosissimi miracoli ha fatto San Nicola, questo grande eletto di Dio, sulla terra e sul mare, aiutando coloro che erano in pericolo, liberando dall'annegamento e tirandoli fuori dall'abisso del mare all'asciutto; rapendoli dalla schiavitù e portandoli alle loro case; liberando dai legami e dalle prigioni, difendendo dal taglio della spada e scampando dalla morte; poi a molti ha dato guarigioni: ai ciechi la vista, agli zoppi il camminare, ai sordi l'udito, ai muti la parola. Molti di coloro che soffrivano nella povertà più grande li ha arricchiti, e agli affamati ha dato cibo. E a ogni bisogno si è mostrato pronto aiuto, difensore caldo, pronto soccorritore e sostenitore; e ora ugualmente aiuta coloro che lo chiamano e dai pericoli li libera. I cui miracoli come è impossibile numerarli, così allo stesso modo è difficile descriverli. Questo grande facitore di miracoli lo conosce l'Oriente e l'Occidente, e tutti i cristiani conoscono i suoi innumerevoli miracoli. Dunque sia glorificato attraverso lui Dio l'Unico nella Trinità lodato: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, al Quale si conviene lode nei secoli. Amen.


